Radici plurali: i nuovi ensemble che stanno ridisegnando il paesaggio sonoro italiano
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C'è una chitarra battente calabrese che dialoga con una kora senegalese. C'è una voce che intona una nenia siciliana su un ritmo di derbouka marocchina. C'è un violinista di Napoli che impara le scale pentatoniche da un maestro cinese di erhu, e viceversa. Non sono esperimenti da laboratorio etnomusicologico: sono scene reali, che accadono in sale prove di Milano, Palermo, Bologna, Torino. Sono il suono di un'Italia che molti ancora faticano a vedere, ma che esiste e produce musica di straordinaria qualità.
I protagonisti di questa storia sono i figli e i nipoti dell'immigrazione, cresciuti tra due o più culture, spesso con uno strumento in mano fin dall'infanzia. Sono italiani per nascita o per scelta, ma portano con sé un bagaglio sonoro che nessuna accademia italiana potrebbe insegnare. E quando questo bagaglio incontra la tradizione musicale del paese che li ha accolti, succede qualcosa di imprevedibile.
Storie di incontro: dai conservatori alle periferie
Youssef Ait Benali ha studiato pianoforte classico al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Suo padre, originario di Casablanca, suona il guembri nelle cerimonie della comunità marocchina della capitale. Per anni, Youssef ha tenuto separati questi due mondi. Poi, durante un progetto di residenza artistica nel quartiere Pigneto, ha incontrato una fisarmonicista toscana e un percussionista sardo. Da quell'incontro è nata la formazione Tre Mari, che oggi suona in festival di world music in tutta Europa, mescolando gnawa, folk italiano e improvvisazione jazz.
Una storia diversa, ma con un'eco simile, è quella di Priya Nair, nata a Chennai e cresciuta a Brescia, dove ha studiato violino al conservatorio locale prima di scoprire il violino carnático attraverso i video del padre. Il suo progetto Raga Padana — il nome è già un manifesto — porta le ragas indiane a dialogare con le melodie della pianura padana, con risultati che hanno convinto critici musicali inizialmente scettici.
Nuovi generi, nuovi spazi
Ciò che rende questi progetti particolarmente significativi non è solo la qualità musicale — che in molti casi è eccellente — ma la capacità di creare spazi di ascolto nuovi. I concerti di questi ensemble attraggono pubblici misti, spesso inusuali per le sale da concerto tradizionali: famiglie di immigrati che non frequentano abitualmente eventi culturali italiani, giovani curiosi, appassionati di world music, ma anche ascoltatori di musica classica e folk che trovano in queste fusioni qualcosa di familiare e al tempo stesso sorprendente.
Alcune di queste formazioni si esibiscono in contesti non convenzionali: centri comunitari, moschee, chiese sconsacrate, mercati rionali. Luoghi dove la musica non è un prodotto da consumare ma un rito collettivo, uno strumento di riconoscimento reciproco. In questo senso, questi ensemble svolgono una funzione sociale che va oltre l'intrattenimento: costruiscono ponti là dove spesso esistono muri.
Il ruolo delle istituzioni: luci e ombre
Non tutte le istituzioni culturali italiane hanno accolto con uguale entusiasmo questo fenomeno. Alcuni festival di rilievo nazionale hanno iniziato a programmare questi ensemble, riconoscendone il valore artistico e la capacità di ampliare il pubblico. Il Ravenna Festival, Ethnos a Napoli, il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo sono tra gli spazi che hanno dato visibilità a queste esperienze.
Tuttavia, l'accesso ai finanziamenti pubblici rimane difficile per molte di queste formazioni. I bandi ministeriali e regionali per la musica tendono a privilegiare categorie consolidate — musica classica, lirica, jazz — lasciando in una zona grigia i progetti ibridi che non rientrano facilmente in nessuna definizione. Molti artisti segnalano la difficoltà di rispondere a criteri pensati per realtà diverse, e la necessità di «tradursi» in categorie che non li rappresentano per accedere ai fondi.
C'è poi la questione del riconoscimento critico. La stampa musicale italiana, salvo eccezioni, fatica ancora a dotarsi degli strumenti necessari per valutare musiche che richiedono competenze trasversali. Recensire un concerto di Tre Mari richiede di conoscere la musica gnawa, il folk sardo e il jazz: non è un'esigenza banale, e la risposta è spesso un silenzio imbarazzato o una genericità che non rende giustizia alla complessità del lavoro.
La musica come laboratorio di identità
Al di là delle questioni istituzionali, ciò che colpisce di questi progetti è la profondità della riflessione identitaria che li anima. I musicisti delle seconde generazioni non stanno semplicemente mescolando suoni: stanno elaborando, attraverso la musica, una domanda difficile su chi sono e dove appartengono. E la risposta che trovano non è mai semplice né definitiva.
"La musica è il luogo in cui non devo scegliere", dice Youssef Ait Benali. "Posso essere marocchino e romano allo stesso tempo. Posso suonare Chopin e il guembri nello stesso concerto. Nessuno mi chiede di essere una cosa sola."
Questa libertà di essere plurali, che la musica sembra concedere più facilmente di qualsiasi altra forma di espressione, è forse il contributo più prezioso che questi ensemble offrono all'Italia contemporanea. In un paese che fatica ancora a fare i conti con la propria trasformazione demografica e culturale, la musica apre strade che la politica e il dibattito pubblico spesso chiudono.
Ascoltare il futuro
Il paesaggio sonoro italiano sta cambiando. Non per decreto, non per moda, ma per la forza silenziosa di migliaia di musicisti che ogni giorno portano in sala prove le proprie storie, le proprie tradizioni, il proprio modo di sentire il mondo. Il risultato è una musica che non appartiene a nessuna nazione e appartiene a tutte: una musica che racconta l'Italia di oggi con una fedeltà che pochi altri linguaggi riescono a raggiungere.
Chi ha orecchie per intendere, ascolti.